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Il concetto di Sé in psicoterapia è oggi quanto mai impreciso, anche perché è usato da scuole diverse e ciascuna all’interno della propria teoria di riferimento. In questo seminario Paolo Migone spiega innanzitutto che il termine Sé può essere inteso in due modi molto diversi tra loro: il primo si riferisce al Sé come una “cosa”, una struttura con delle funzioni, potremmo dire alla mente di una persona (o alla persona stessa, alla sua personalità) e in questo caso si parla sempre in terza persona, può essere descritto o studiato con diverse modalità (ad esempio osservative o sperimentali); il secondo modo di intendere il Sé è invece soggettivo, cioè esperienziale, nel senso della rappresentazione che una persona ha di se stessa (ad esempio può avere una buona autostima, una certa idea o vissuto di sé, e così via).



A proposito del secondo modo di intendere il Sé, cioè come rappresentazione soggettiva di se stessi, bisogna però dire che per avere una rappresentazione di se stessi, per percepire un “senso di sé”, è necessario essere autocoscienti, avere l’autoconsapevolezza, cioè aver raggiunto un livello maturativo sufficiente. Nel caso del neonato ad esempio non si può parlare di questo tipo di Sé, perché occorre che abbia raggiunto almeno un anno e mezzo o due anni di vita, dato che nei primi mesi non è autocosciente.

Naturalmente il neonato ha un Sé, ma si tratta per forza di un Sé inteso nella prima accezione, cioè di una mente dotata di un insieme di strutture e funzioni – anche molto sofisticate, che gli permettono per esempio di muoversi nell’ambiente e compiere azioni mirate – che però lo fanno assomigliare a questo riguardo agli animali, anch’essi estremamente abili ma senza autocoscienza (ad eccezione forse dello scimpanzé, il primate che più si avvicina all’uomo). Raggiunto un certo livello maturativo (e lo si può constatare, ad esempio, dalla capacità di riconoscersi allo specchio, e si noti che gli animali non sanno riconoscersi allo specchio), il bambino diventa gradualmente capace di rappresentare se stesso e quindi di possedere un Sé nella seconda accezione del termine, quella soggettiva o esperienziale. Dobbiamo quindi dire che coloro che utilizzano il termine Sé per un neonato in questa seconda accezione sbagliano, peccando di adultomorfismo.

È invece del tutto giustificata l’espressione “Sé neonatale”, nel primo significato del termine, come struttura sottostante all’insieme delle funzioni mentali del bambino. 7, ad esempio, usa questo termine per descrivere le varie fasi della formazione del Sé nel bambino: “Sé emergente” (2 mesi), “Sé nucleare” (2-6 mesi), “Sé soggettivo” (8-18 mesi), “Sé verbale” (24 mesi). Non si può neppure dire, in senso dinamico, che il neonato abbia un Sé inconscio, perché il suo Sé (per forza inteso come un insieme di funzioni) non è mai stato rimosso (potremmo dire che è un Sé “non cosciente” nel senso che è tacito, implicito, procedurale, si tratta cioè di “inconscio cognitivo” e non di “inconscio psicoanalitico” o “dinamico” – su questo tema si veda il seminario di Paolo Migone su “L’inconscio psicoanalitico e l’inconscio cognitivo”).

Possiamo parlare di un Sé inconscio solo dopo che il soggetto ha raggiunto quel livello maturativo che gli permette di avere una rappresentazione di sé ed eventualmente di rimuoverla (tra parentesi: in genere si scrive “Sé” con la iniziale maiuscola quando lo si usa come concetto, altrimenti si usa la minuscola). Ma possiamo fare questa ipotesi solo se aderiamo a una concezione psicodinamica e non strettamente fenomenologica, dato che gli approcci fenomenologici (e anche umanistici), prescindendo dal concetto di inconscio, in genere usano il termine Sé come rappresentazione conscia, sottovalutando così l’ipotesi – tipicamente psicoanalitica – che la coscienza possa basarsi su un autoinganno (Freud ad esempio diceva che “l’Io non è padrone in casa propria”, o che è una “marionetta”).

In psicoanalisi possiamo ipotizzare che il paziente si difenda dall’essere pienamente consapevole di certe immagini di sé, ad esempio può negare una rappresentazione negativa di sé perché dolorosa, e grazie alla psicoterapia che lo rende più forte e sicuro può fare a meno di certe sue difese “narcisistiche” e ammettere di avere debolezze che prima negava.

Tipicamente in psicoterapia noi lavoriamo su questo Sé, cioè sul modo con cui il paziente rappresenta se stesso, con cui “si vive”: può essere depresso oppure felice, può avere una bassa autostima, sentirsi svuotato, spento, vivo, eccitato, entusiasta, e così via, oppure può sentirsi confuso, avere idee contraddittorie di sé, caotiche, incoerenti, etc.

Queste immagini che il paziente ha di sé sono l’oggetto della nostra attenzione terapeutica, e cerchiamo di aiutare il paziente a ordinarle, a dare loro un senso, eventualmente a fare a meno di certe difese nel caso ci sembri che le utilizzi, affinché arrivi a una maggior autenticità e congruenza con il suo mondo interiore.



Come si diceva, l’idea che una persona possa avere un’immagine di sé non vera, cioè che possa difendersi da un’altra idea di sé rimuovendola, è tipicamente psicoanalitica e si riferisce a un concetto che è sempre stato centrale in psicoanalisi, quello di conflitto, e precisamente di conflitto intrapsichico (non di conflitto esterno, cioè tra sé e il mondo esterno, perché questo è un discorso diverso, che non caratterizza la psicoanalisi in senso stretto o “classica” ma la psicoanalisi interpersonale o relazionale, che non a caso trova congeniale l’uso del termine Sé).

Freud per cercare di descrivere il conflitto psichico aveva coniato dei termini che sono diventati molto conosciuti e che hanno caratterizzato la seconda topica (detta anche teoria strutturale o tripartita), e cioè Es, Io e Super-Io, e non a caso Freud non parlava mai di Sé (a volte ha utilizzato questo termine, ma in modo intercambiabile con quello di Io).

Freud cioè voleva descrivere nel modo più chiaro possibile le istanze (le strutture) che dividevano la psiche caratterizzandole per il tipo di motivazione che avevano: l’Es voleva essere la parte istintuale, “animale”, pulsionale, di ciascuno di noi, che a volte deve essere controllata o regolata; l’Io voleva essere la parte razionale, il centro della persona, che si difende dall’Es e che regola i rapporti con la realtà esterna e anche con la forza del Super-Io; il Super-Io (che di fatto può essere visto come una provincia dell’Io) voleva rappresentare i valori che ci guidano, che a volte possono entrare in conflitto con l’Io e certamente con l’Es, e che possono essere anche potenti tanto quanto l’Es (si pensi ai forti sensi di colpa di cui può soffrire un paziente).

Al di là di queste caratterizzazioni, quello che Migone sottolinea è che la psiche per Freud era divisa, in conflitto, e che il compito della terapia poteva essere quello di dipanare questi conflitti, ad esempio chiarendoli meglio, facendoli venire alla luce, rendendo l’Io più padrone, più capace di gestirli, prendendo distanza ad esempio da sue motivazioni in conflitto o non integrate col resto della personalità. L’obiettivo della terapia voleva essere in sostanza quello di armonizzare le varie parti della psiche “unificandola”, eliminando cioè le “divisioni” interne, divisioni che possono paralizzare la persona impedendole di raggiungere i propri obiettivi di vita.

Da questo punto di vista, potremmo dire, ad esempio, che quando la psiche funziona in modo ottimale e armonioso, vi è un “Io forte”, equilibrato, e così via, ma la cosa interessante è che alcuni autori – come ad esempio Heinz Kohut – in questo caso usano l’espressione “Sé coeso”. Va precisato però che Kohut – diversamente da Heinz Hartmann che nel 1950 definì il Sé come la rappresentazione della persona da parte dell’Io – usava il termine Sé per alludere alla totalità della persona, non necessariamente in conflitto con se stessa e dotata di un programma di sviluppo che porta all’autorealizzazione armoniosa di se stessa in presenza di un ambiente facilitante.

Quindi siamo di fronte a un’altra posizione filosofica, a una differente concezione dell’uomo, e infatti questo Sé non ha conflitti innati e tende alla socializzazione con gli altri.

Certo, potranno esservi dei conflitti, ma non tra strutture interne bensì tra il Sé e l’ambiente, tra il Soggetto e l’Oggetto, conflitti che poi possono anche venire internalizzati e quindi sembrare conflitti intrapsichici (diventano “l’ombra dell’oggetto”), ma possono virtualmente risolversi se vi è un ambiente ottimale perché la persona (il Sé) tende naturalmente ad andare d’accordo con se stessa e con gli altri.

Molti degli approcci che usano il termine Sé, ad esempio, rifiutano le pulsioni freudiane (quindi l’idea di conflitto intrapsichico): Harry Stack Sullivan e la psicoanalisi interpersonale americana negli anni 1930-40 avevano abiurato alla teoria delle pulsioni (e per questo avvenne la rottura con la psicoanalisi di allora); Kohut non credeva nelle pulsioni, cioè non credeva che esistesse la struttura tripartita Es/Io/Super-Io ma, come si è detto, che esistesse solo il Sé, e che quando comparivano le pulsioni, o le strutture Es/Io/Super-Io, queste fossero solo un “prodotto di disintegrazione”, un by-product, di un fallimento empatico nella relazione (è per questo che diceva che il complesso di Edipo non era primario, ma secondario a un difetto nella relazione con la madre, la quale veniva erotizzata dal bambino nel tentativo estremo di avere un rapporto con lei, di raggiungerla); la teoria delle relazioni oggettuali e la psicoanalisi relazionale contemporanea sottolineano l’importanza della relazione interpersonale come principale causa della psicopatologia; e così via.

Migone in questo seminario quindi discute alcuni aspetti del dibattito sul concetto di Sé, chiarendo anche la differenza tra il Sé e le strutture Es, Io e Super-Io, e fa alcune ipotesi sui motivi per cui nella psicoanalisi contemporanea viene sempre meno usato il termine Io e preferito il termine Sé.



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